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La forma della testa del neonato

Dott. Francesco Santoro

La forma della testa del bambino alla nascita è soggetta a variazioni legate al momento del parto. Un bambino che nasce da un parto vaginale spontaneo difficilmente ha una testa completamente sferica perché il feto e il bambino nei primi mesi di vita hanno un cranio estremamente plastico, le fontanelle anteriori e posteriori sono aperte, le ossa craniche sono diastasate, le suture sono aperte. Questo per due motivi, il primo per permettere un passaggio tranquillo nel canale del parto. Esiste una malattia rara ma grave che si chiama craniostenosi nella quale il feto ha le ossa del cranio già saldate in utero; in questi casi bisogna fare il cesareo, il bambino non può passare per via vaginale perché si incastrerebbe o creerebbe danni alla mamma.

Nella normalità la testa del bambino si incunea nel canale del parto e si modifica senza che questo crei problemi al cervello. Una volta che il bambino è nato manterrà per qualche settimana una forma non completamente sferica in attesa che, essendo le fontanelle aperte, le suture diastasate, la crescita del cervello plastifichi e modifichi la rotondità del suo cranio.

Nel caso il bambino invece nasca con una forma del cranio anomala, ma non per motivi fisiologici come abbiamo descritto poc’anzi, ma per un’anomalia di formazione della scatola cranica, che sia una dolicocefalia, brachicefalia o qualunque altra anomalia, queste situazioni non si risolvono spontaneamente e a quel punto bisognerà mettere questa patologia nelle mani di uno specialista, un osteopata che potrà con massaggi che vanno a stimolare il muscolo pellicciaio (il muscolo attaccato alle ossa craniche) e/o anche con l’uso di caschetti che servono a modellare la forma del cranio, manualmente, nel giro di qualche mese ed entro il primo anno di vita, anche queste anomalie si risolvono.

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    L’EPIDURALE può far male al bambino? Ha effetti sull’allattamento?

    L’epidurale può far male al bambino che sta per nascere?
    La risposta è no! Non fa male al bambino perché il farmaco non arriva circolazione placentare e quindi non arriva al bambino. Il farmaco viene iniettato nella spazio peridurale e resta confinato lì.
    Anche nel latte della mamma non arrivano residui, chiamati cataboiliti, e quindi anche l’allattamento non è compromesso.
    Molto studi hanno confrontato gli indici di vitalità di bambini nati con l’epidurale sono identici a quelli nati senza.

    gravidanza

    Gravidanza oltre il termine delle 40 settimane. Quando si arriva all’induzione?

    La gravidanza generalmente dura 40 settimane, ma se non ci sono controindicazioni, per cui il liquido amniotico è in quantità sufficiente e i monitoraggi vanno bene e non ci sono preoccupazioni per la salute del bambino si può arrivare tranquillamente anche a 41 settimane. la quarantunesima settimana è chiamata settimana ostetrica. In genere, per prudenza, arrivati a 41 settimane + 3 giorni se il travaglio non comincia spontaneamente la mamma viene ricoverata in ospedale o in clinica e si procede all’induzione delle contrazioni attraverso la somministrazione di farmaci.
    Spiegazione a cura della dott.ssa Anna Paola Cavalieri specialista in ginecologia ed ostetircia

     

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    I monitoraggi in gravidanza. Come funzionano?

    I monitoraggi a fine gravidanza servono a misurare la frequenza e l’intensità delle contrazioni della mamma e a monitorare il battito cardiaco del bambino. In genere si comincia nelle ultime settimane partire dalla settima 36, ripetendo il controllo in tutte le settimane successive..Il è indispensabile che una volta cominciato il travaglio per verificarne la progressione.
    Vediamo come funzionano i monitoraggi con la spiegazione del ginecologo dott. Nello Figliolini con la preziosa collaborazione dell’ostetrica Claudia Spagnolo.

    Video in collaborazione con la Clinica Mater Dei di Roma.

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    Il morbillo

    Il morbillo è estremante contagioso, si trasmette per via aerea con colpi di tosse e starnuti e colpi di tosse, Ha un periodo di incubazione di circa una settimana e la malattia comincia con un forte mal di gol e febbre che può essere anche molto alta.Dopo arriva l’esantema che dura 5-10 giorni Colpisce soprattutto i bambini non vaccinati fino a 5 anni ma ovviamente può colpire anche gli adulti. il malato è infettante già dalla fase di comparsa del mal di gola fino a 5 -10 giorni dopo la scomparsa dell’esantema.

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    Consigli per l’allattamento

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    Come preparare la valigia per il parto. I consigli dell’ostetrica

    Qualche settimana prima di partorire è opportuno cominciare a preparare la valigia (o la borsa) da portare in ospedale. Ecco degli utili consigli su cosa inserire nella valigia e come organizzarla.

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    Parto naturale: con l’aiuto dell’osteopatia un travaglio più veloce

    Un parto naturale può essere veloce o anche lento e faticoso. Non è fortuna, ma sono le condizioni del corpo della mamma che determinano i tempi del travaglio e della dilatazione dell’utero. Il corpo deve essere in grado di avere una buona mobilità a livello delle ossa del bacino e della parte bassa della colonna vertebrale. Sono molto importanti anche i muscoli del bacino e del pavimento pelvico che devono essere in equilibrio fra loro per far sì che le tensioni generate sull’utero dalle contrazioni siamo simmetriche.

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    La rottura delle acque

    La rottura del sacco amniotico o rottura delle membrane, comunemente conosciuta come rottura delle acque è un evento abbastanza comune nelle gravidanze a termine. Si può verificare per una sequenza di contrazioni ma anche da un’unica contrazione più violenta. Questo può generare una rottura del sacco all’altezza del collo dell’utero.
    La rottura delle acque è un evento che non deve preoccupare ma bisogna fare attenzione al colore del liquido. Se il colore è limpido e trasparente è tutto nella norma, anche se può essere opportuno recarsi con calma nella propria struttura di riferimento. Nel caso in cui nel liquido fossero presenti tracce di sangue, o ancor di più le acque avessero un colore tendente al verde, sarà opportuno affrettare i tempi ed andare nella struttura dove si è deciso di partorire per verificare il benessere del feto.
    In ogni caso la rottura delle acque non necessariamente coincide con l’inizio del travaglio, che può partire spontaneamente anche 12 o addirittura 24 ore dopo. Passate comunque le 18 ore dalla rottura del sacco è opportuno indurre farmacologicamente il travaglio.

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    Gravidanza e parto gemellare

    Il parto gemellare. Differenza tra gemelli omozigoti e gemelli eterozigoti, e tutte le particolarità di una gravidanza gemellare. Nella gravidanza gemellare è sempre necessario il parto cesareo, oppure è possibile anche fare un parto naturale. Il periodo di gestazione è sempre di 40 settimane oppure è opportuno anticipare la nascita dei gemelli per diminuire i fattori di rischio?

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    Rischio soffocamento a tavola. Come tagliare i cibi per i bambini da zero a 4 anni

    La SICUREZZA dei nostri bimbi è tutto! Ma capita che proprio i genitori facciano errori preparando e tagliando gli alimenti che offrono ai propri bimbi in modo non adeguato alla loro età. Il dott. Marco Squicciarini ci spiega come prevenire il rischio d soffocamento preparando i cibi nel modocorretto.
    UN VIDEO DA CONDIVIDERE, in collaborazione con EXPLORA il museo dei bambini di Roma

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    Il vaccino per la pertosse in gravidanza

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    Gravidanza: quali attenzioni avere nel primo trimestre?

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    I metodi contraccettivi e la loro efficacia

    Conoscere tutti i metodi contraccettivi è importante. Vediamo quali sono e quali sono i più sicuri, per arrivare al momento della gravidanza in modo sereno e consapevole.
    Parleremo della pillola anticoncezionale, della spirale, della crema spermicida e ovviamente dei preservativi. Affronteremo anche il discorso del metodo opimo knaus che ovviamente non si può considerare un metodo contraccettivo affidabile.

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    Fertilità e contraccettivi in allattamento

    Quanto tempo dopo il parto una donna può restare incinta di nuovo?
    Quando una donna torna fertile dopo la maternità?
    Mentre si alla tua si possono prendere contraccettivi?
    Quando una donna comincia ad allattare produce un ormone che si chiama prolattina che blocca l’ovulazione, per cui la donna non può rimanere incinta. Questo periodo in cui la donna non dovrebbe essere fertile dura dino a quando il numero delle poppate non comincia a diminuire e arriverà la prima mestruazione dopo il parto che è chiamata capoparte. Attenzione però perché non esiste nessunacertezza scientifica che non si possa restare incinta anche prima di questo evento.
    Altra domanda frequente è se possibile prendere la pillola anticoncezionale mentre la mamma sta ancora allattando. La risposta è no, se parliamo della pillola classica, perché contiene progesterone che potrebbe arrivare nel latte materno. Esiste però una pillola apposita che non contiene progesterone che si chiama minipillola. La minipillola blocca l’ovulazione senza interferire con l’allattamento.
    Spiegazione a cura del Dott Nello Figliolini. Ginecologo.

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    Gravidanza e rischio rosolia. E’ giusto vaccinarsi?

    GRAVIDANZA E RISCHIO ROSOLIA. VACCINARSI È NECESSARIO? Dott.ssa Anna Paola Cavalieri

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    Peso in gravidanza: quanti Kg è giusto prendere?

    Quanti kg si possono prendere in gravidanza? Dott.ssa Anna Paola Cavalieri

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    Partorire senza dolore: l’epidurale è sicura?

    PARTORIRE SENZA DOLORE: L’EPIDURALE È SICURA? ANALGESIA EPIDURALE O PERIDURALE

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    Integratori in gravidanza: l’acido folico

    Tra gli integratori importanti da assumere in gravidanza un ruolo fondamentale lo svolge l’acido folico. Tutto chiaramente spiegato dalla dott.ssa Anna Paola Cavalieri

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    Integrazione di ferro in gravidanza

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    I vaccini

    Dott. Francesco Santoro
    In questi ultimi due anni è ricominciata la polemica sulle vaccinazioni e si sono creati gruppi di No-vax che hanno contestato l’uso dei vaccini dichiarandoli pericolosi. Quello che che i genitori dovrebbero capire è che il rischio di vaccinarsi oggi con i prodotti che sono ormai controllati a livello istituzionale, non soltanto da parte di chi li produce, ha ridotto moltissimo il rischio della vaccinazione. Ma di contro nessuno può affermare che i vaccini siano sicuri al cento per cento, qualunque sostanza noi introduciamo nel nostro corpo che sia un vaccino, che sia un farmaco, un antibiotico o un alimento, quello che tocchiamo, quello che respiriamo, può creare comunque una reazione avversa nel nostro corpo, specialmente di tipo allergico.

    La differenza qual è? Che gli attuali vaccini che noi usiamo, sono sicuri da un punto di vista farmacologico e testati a livello internazionale, non soltanto dalle case farmaceutiche che li producono e danno una copertura per malattie molto gravi e molto importanti, alcune delle quali le abbiamo dimenticate perché non le vediamo più; della polio e della difterite oramai non se ne parla più, il vaiolo è stato debellato con le vaccinazioni, tant’è che adesso non è più obbligatorio farlo; questo perché i genitori dimenticano che queste malattie 30-40 anni fa uccidevano più di una bomba. Il non vaccinare per paura di complicanze non ha molto senso; le vaccinazioni che noi adesso usiamo in Italia, che sono quelle che si usano oramai a livello internazionale – la nostra scheda vaccinale è pari a quella americana e di tutti i Paesi europei – copre i nostri bambini e i non vaccinati da malattie che possono essere anche molto gravi. Molte volte si sente dire dai genitori “dottore che se la prendesse la varicella, si autovaccina”.

    La varicella che tra tutte le malattie esantematiche è forse la meno pericolosa, può, in alcuni bambini, dare delle encefaliti molto gravi o delle lesioni cutanee deturpanti. Le vaccinazioni non fanno esporre la malattia, quindi, non fanno uscire fuori le complicanze della malattia stessa. Il morbillo, di cui si è molto parlato ultimamente per i discorsi dell’autismo o di altre cose simili, è una malattia pesantissima; chi si fa il morbillo in maniera seria si fa parecchi giorni di febbre altissima con uno stato di compressione organica veramente pesante e una volta che un adulto o un bambino ha superato la malattia non è finita, poiché il virus del morbillo è un virus che va a insediarsi nel sistema nervoso. In alcuni rari casi ma esistenti per mutazione genetica, dopo 5, 7, 10 anni ricompare con una forma gravissima che si chiama panencefalite subacuta sclerosante che ti uccide lì al momento; il vaccinato non fa le complicanze, il vaccinato non fa la malattia. Un bambino che fa un morbillo pesante è assente dalla società per 15-20 giorni. Nessuno può garantire una sicurezza al cento per cento dei vaccini ma possiamo garantire la salute dei bambini che non si ammalano della malattia che noi copriamo con la vaccinazione e cosa più importante andiamo a proteggere anche quella parte di popolazione che non può vaccinarsi perché affetta da malattie che interessano il sistema immunitario e che rendono impossibile la vaccinazione, quindi è un dovere non soltanto per la nostra salute ma anche per quella degli altri.

    Ormai sono anni che non vediamo più bambini neonati nascere con gravi malformazioni cardiache da rosolia, perché oramai tutte le donne sono vaccinate dalla rosolia. Non vaccinare per paura è giusto, è sacrosanto, si ha paura anche quando si deve fare una puntura di antibiotico, però bisogna bilanciare i rischi e i vantaggi; attualmente i vantaggi sono di molto superiori ai rischi. Un’altra cosa che deve essere chiara è che i bambini che devono essere vaccinati, visto che li vacciniamo dai primi mesi di vita perché così lo stimolo immunitario diventa più potente e dura tutta la vita, prima della vaccinazione devono essere controllati; non è assolutamente prudente prendere un bambino da casa e portarlo in un centro vaccinale senza che prima un pediatra l’abbia controllato. Se un bambino va a vaccinarsi e sta incubando anche una banale influenza e nessuno lo visita e nessuno se ne accorge rischia che quella vaccinazione amplifichi la malattia che sta incubando e diventi quindi una reazione sgradevole con febbre alta e dolori; non si può andare a vaccinare un bambino senza essere sicuri in maniera quasi totale che quel bambino in quei giorni stia bene; come è stato il bambino nell’ultima settimana, ha avuto febbre?, è stato raffreddato?, ha avuto diarree?, in famiglia si è avuto qualche problema con le vaccinazioni? il bambino ha qualche sindrome tipo la Guillan-Barré ?, bisogna fare quindi un’anamnesi medica ai genitori e una visita al bambino. Una volta che il bambino non ha rischi generici per la vaccinazione ed è in buone condizioni di salute si vaccina tranquillamente.

    Le complicanze più frequenti per le vaccinazioni che si fanno sottocute tipo il morbillo, rosolia, varicella sono la febbre, che se compare, compare nel primo/secondo giorno della vaccinazione o nel quinto/decimo. Se qualche volta si avverte dolore nel punto di inoculazione, dura un giorno o due, anche quello passa. Altre reazioni normalmente non se ne vedono e bisogna tener conto che quando un pediatra o un medico è a conoscenza di una reazione abnorme ad una vaccinazione deve avvisare immediatamente le istituzioni, le Asl, che prendono queste informazioni e le controllano; per cui se si vede che ci sono reazioni strane per un certo lotto di vaccini immediatamente si blocca. Il controllo che si ha sui vaccini in produzione e in uso è maggiore del controllo che si ha sugli altri farmaci in generale, proprio perché sono sostanze che vengono usate alla popolazione in maniera estensiva.

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    La prima ecografia in gravidanza

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    L’ecografia morfologica

    L’ecografia morfologica

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    L’ecografia con flussimetria

    L’ecografia con flussimetria si effettua tra la 28esima e la 32esima settimana e serve per verificare che la crescita del bambino si nella norma in relazione al periodo di gravidanza. La flussimetria serve per la misurazione della pressione all’interno dell’arteria ombelicale e dell’arteria cerebrale. L’arteria ombelicale si trova all’interno del cordone ombelicale ed è quella che porta il nutrimento alla placenta, garantendo il nutrimento al bambino e la sua crescita.
    La tendenza attuale è quella di ritardare un po’ la flussimentria perchè a volte accade che il bambino inizi una curva di decrescita anche dopo la settima 32.

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    Toxoplasmosi in gravidanza

    Il rischio di toxoplasmosi in gravidanza fa molta paura alle mamme. E’ un’infezione che si trasmette attraverso le feci di animali, in particolare dai gatti che possono contaminare tutto quello che viene in contatto con le loro feci. Possono essere infettate le verdure, frutta e legumi cresciti nel terriccio contaminato. Anche gli animali che si cibano di vegetali contaminati diventano a loro volta infetti.
    Il consiglio è di lavare con cura frutta e verdura con acqua corrente e cuocere bene le carni.
    E’ importante anche lavare bene le mani se si iene a contatto con terra contaminata.
    La toxoplasomsi può essere più grave se contratta nei primi mesi di gravidanza, mentre i rischi per il feto diventano sempre meno importanti mano a mano che aumentano le settimane.
    Ogni mamma deve fare il test per sapere se nella sua vita ha già contratto questa malattia che nella maggior parte dei casi non ha sintomi particolari. Se la malattia è già stata contratta prima della gravidanza la donna sarà immune per tutta la vita.

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    La dieta vegana in gravidanza. Ci sono controindicazioni?

    La Dottoressa Anna Paola Cavalieri ci spiega le eventuali controindicazioni della DIETA VEGANA in gravidanza

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    Allattamento e rifiuto del seno

    Dott. Francesco Santoro
    Normalmente un bambino che mangia esclusivamente latte materno rifiuta l’attacco al seno perché probabilmente o il seno in quel momento è stato mal gestito dalla mamma che ha usato prodotti, profumi o saponi tali da cambiare l’odore dell’aureola mammaria e/o anche della consistenza – il bambino rifiuta un seno che non conosce – oppure il bambino ha dei problemi, ha una candida o un’infezione in bocca tale che approcciarsi al seno materno e spalancare la bocca gli crea dolore. In questo caso bisogna che il bambino sia visto da un pediatra che cerchi di capire il perché, se dipende dal seno della mamma, se dipende dalla bocca del bambino, oppure, non vuole attaccarsi perché non ha fame in quel momento.

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    Quando il bambino dovrebbe cominciare a camminare?

    Dott. Francesco Santoro
    A che età il bambino dovrebbe cominciare a camminare? Deve essere stimolato in qualche modo dai genitori? Il girello è utile?

    Un bambino comincia a camminare intorno all’anno di vita, più o meno, ma in realtà ogni bambino è programmato per camminare quando è pronto. Il bambino inizia a camminare quando avrà fatto tale e tanta di quella ginnastica muscolare da assumere un buon equilibrio e quindi muoversi. Si sconsiglia fortemente l’uso del girello, perché il girello non fa sviluppare muscolo al bambino, il quale spostando il baricentro si muove su e giù, mentre un bambino arrivato intorno all’anno di vita deve cominciare ad essere messo in un posto dove possa muoversi, anche a terra; in un ambiente pulito senza stimoli traumatici intorno, deve cominciare a rotolare, a mettersi sulle quattro gambe, a dondolare su e giù. All’inizio comincerà a gattonare all’indietro, poi a gattonare in avanti e per alcuni mesi gattonerà in maniera molto veloce ed efficace facendo di tutto a quattro gambe, finché un giorno, quando si sentirà sicuro, dopo alcuni tentativi di sedute per terra violente, comincerà a camminare e lo farà per tutta la vita.

    Ogni volta che si tenta di anticipare questi tempi, interponendo in questi tempi situazioni anomale dal girello in poi, si ritarda la camminata; il bambino tenderà, sia nel box o anche fuori, aggrappandosi e andando su e giù, a ballare; lo può fare tranquillamente, tutto ciò che è movimento che stimola il suo muscolo è accettato, non va stimolato a camminare, deve camminare da solo, ogni bambino ha il suo tempo della camminata.

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    Gravidanza:integratori alimentari. E’ utile prenderli?

    in gravidanza bisogna assumere integratori alimentari o è sufficiente una sana alimentazione? Perché è importante la Folina? Risponde a queste domanda la dott.ssa Anna Paola Cavalieri Ginecologa

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    Alleviare il mal di schiena in gravidanza

    Consigli per alleviare il mal di schiena in gravidanza. Come si può alleviare? Da cosa dipende? qualche esercizio utile da fare a casa

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    L’alimentazione della mamma in allattamento

    Dott. Francesco Santoro
    Cosa dovrebbe mangiare una neo mamma nel periodo dell’allattamento? Ci sono alimenti da evitare? Quello che mangio modifica il sapore del latte? Tutte le risposte dal dott. Francesco Santoro, pediatra e neonatologo.

    Dato per scontato che l’allattamento al seno è un momento del tutto fisiologico, una mamma che allatta al seno non deve seguire una dieta particolare, deve seguire una dieta normale; il top delle diete durante l’allattamento al seno è la dieta mediterranea, per cui la mamma può mangiare tutto però cucinato in maniera pulita. Una cosa che deve evitare è di mangiare troppi grassi o fritti, perché questo può appesantire il lavoro epatico renale e quindi, dare un prodotto un po’ più scadente alla fine, che sarebbe il latte. Meglio non mangiare spezie, molte volte lo zafferano, il curry o il peperoncino, cambiano completamente il gusto del latte materno, il bambino non riconosce il latte di mamma, si agita e manda giù latte e aria, ciucciando male. Può bere tranquillamente un bicchiere di vino o di birra ai pasti ma non deve bere superalcolici, sono ovviamente pericolosi per il bambino. Non deve fumare e non deve assumere droghe. Una vita noiosa finché allatta poi dopo si potrà rifare. La dieta deve essere libera, l’unico problema nella dieta materna insorge quando la mamma e/o il papà soffrono di allergie, qualunque tipo di allergia; in questi casi è meglio che la mamma durante l’allattamento non mangi mucca, latte di mucca o cibi che contengono mucca, questo potrebbe indurre poi allergie al bambino se il bambino ha assunto dai genitori questa genetica allergica.

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    La posizione del neonato durante il sonno

    Dott. Francesco Santoro
    In che posizione dobbiamo mettere il bimbo nella culla? A pancia in su? A pancia in giù? Su un fianco? Il dott. Francesco Santoro pediatra e neonatologo ci spiega una importantissima attenzione che ogni neo genitore deve avere: posizionare il piccolo su un piano inclinato!

    Indipendentemente da come il bambino si mette, che poi nei primi mesi è lui che sceglie la sua posizione, e dopo alcuni mesi dalla nascita, la cosa importante è che sia sempre sollevato dal piano.
    Il reflusso gastroesofageo è posto tra le prime cause della SIDS (la morte in culla); quando refluisce nell’esofago il succo gastrico, i cosiddetti bruciori di stomaco sono estremamente dolorosi nel bambino. Quindi, per evitare che il bambino pianga per il dolore, visto che nella stragrande maggioranza dei casi il dolore è legato al reflusso gastroesofageo, la prima cosa da fare, molto importante, è non mettere mai il bambino in un lettino piatto, deve essere sempre sollevato, il più possibile.

    Quando il bambino comincia a scivolare da questa pendenza che i genitori hanno preparato nella culletta o nel porte-enfant si abbasserà un po’ l’inclinazione, ma per mesi dovrà essere sempre messo in posizione sollevata dal piano del lettino. Questo migliora molto i danni e quindi anche i dolori da reflusso. Prima il bambino viene messo in questa posizione prima finiscono questi reflussi.

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    La sesta malattia

    Dott. Francesco Santoro

    La sesta malattia o esantema subitum è un’altra malattia virale dovuta a un virus; è un herpes virus del tipo 6B che colpisce in genere i bambini dai sei mesi ai due anni, anche se può manifestarsi fuori da queste età canoniche.
    E’ una malattia che si manifesta con febbre alta per tre, quattro, a volte anche cinque giorni, a volte anche molto alta, senza che ci siano sintomi all’inizio specifici. La caratteristica di questa malattia è che dopo la febbre compare un esantema puntiforme, delle piccole bollicine rosse che in genere colpiscono il viso, il collo, il tronco e poi si diffondono su tutto il corpo. Il soggetto è infetto durante la fase di febbre alta; quando compare l’esantema non è più infettante. È un esantema che non dà prurito e non esfolia.

    La malattia dura pochi giorni e quando il bambino comincia a manifestare le bolle non è più infettante, comincia a sentirsi meglio, a mangiare di più ed è più attivo che non quando ha la febbre molto alta.
    Essendo una malattia virale non c’è una terapia specifica, anche in questi casi l’unica terapia è quella antipiretica per la temperatura alta ed è molto importante che il bambino, specialmente durante il periodo della febbre alta, si idrati molto bene, è molto importante cioè, che beva parecchio.

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    Sviluppo visivo del bambino

    Dott. Raffaele Santoro
    Spesso i genitori si domandano quanto veda un bambino nei primi mesi di vita. Un’altra tipica domanda è se lo strabismo dei neonati è permanente oppure è soltanto un fatto transitorio. Il nostro oculista dott. Raffaele Santoro ci spiega tutto in modo semplice ed esaustivo.

    Quando nascono i bambini praticamente non vedono, la loro acuità visiva tende ad aumentare proporzionalmente con la loro età, nel senso che nei primi mesi di vita cominciano a vedere sempre di più fino ad avere una distinzione delle immagini nitida intorno al sesto mese.

    Dal quarto/sesto mese si completa la capacità di percezione retinica, quindi, distinguono bene gli oggetti e riescono anche a seguirli. Sempre in quel periodo di età si completa la loro attività muscolare, cioè i muscoli riescono a muoversi in maniera simmetrica. E’ da questa età in poi, quindi, che eventuali problemi di strabismo, per esempio, possono manifestarsi in maniera più costante e anche questo dipende dall’età; dal sesto mese fino al secondo anno l’acuità visiva tende a migliorare sempre di più, cioè riescono a vedere in maniera sempre più distinta in lontananza e raggiungono quelle che gli oculisti hanno standardizzato come acuità visiva dieci decimi intorno al secondo anno.

    Questa età è variabile perché alcuni bambini possono raggiungere dieci decimi a due anni ed altri a quattro anni, dipende dallo sviluppo visivo; per cui se alla prima visita oculistica non escono fuori i dieci decimi sicuramente non è un problema perché fa parte dell’età di sviluppo. Poi, dai tre anni in su inizia e si completa lo sviluppo visivo, fino intorno ai sette anni; ed è questa una fase chiamata periodo plastico, nel senso che l’occhio è una struttura estremamente dinamica e tende a cambiare anche in base agli stimoli che vengono da fuori ma anche a cambiare in seguito alle caratteristiche delle sue strutture, cornea, cristallino, lunghezza assiale, ecc. E quindi si possono sviluppare difetti refrattivi di vario livello: astigmatismo, miopia e ipermetropia.

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    E’ arrivato il momento di recarsi in ospedale? Il bimbo sta per nascere

    Dott.ssa Anna Paola Cavalieri

    Il bimbo sta per nascere: quando recarsi all’ospedale?
    Questa è in assoluto una delle domande più gettonate di fronte a un ginecologo. La donna, soprattutto alla sua prima esperienza, ha il terrore di non arrivare in tempo, di riconoscere il momento giusto per il quale recarsi nella struttura dove ha deciso di partorire.

    In linea di massima si possono dare delle indicazioni per quanto riguarda una gravidanza a termine fisiologica, ovviamente non si tratta di gravidanze patologiche per le quali magari ci sono delle gestioni diverse; quindi, una donna al termine di gravidanza dovrà recarsi in ospedale quando iniziano le contrazioni, ma non alla prima contrazione, sarebbe opportuno aspettare che le contrazioni siano regolari, dolorose e che l’intervallo tra le contrazioni si stia accorciando.

    In particolare il travaglio ha una fase chiamata “prodromica” che può durare in teoria anche un paio di giorni, durante la quale ci sono delle contrazioni irregolari, a volte dolorose a volte no, il cui intervallo può cambiare; per cui una donna può avere una contrazione ogni due ore e poi niente, poi per un po’ ne ha due-tre a distanza di mezz’ora, finché si è in questa fase è meglio stare a casa, se ci sono dei dubbi su movimenti fetali o perdite strane un controllo dal proprio curante o in ospedale male non fa ma, in linea di massima, se la donna è serena, se è stata opportunamente informata su come monitorare il benessere proprio e del bambino, la prima fase del travaglio, quella prodromica, è assolutamente opportuno farla a casa.

    Nel momento in cui inizia la fase più attiva del travaglio le contrazioni iniziano a diventare sempre più dolorose, più ravvicinate, e anche in questo caso comunque se il bambino si muove adeguatamente e se la madre non nota perdite strane dai genitali, si può restare a casa finché le contrazioni non siano ravvicinate. Per ravvicinate si intende un intervallo che può essere intorno ai 5 minuti l’una dall’altra; questo può variare nel caso di secondo o terzo figlio perché nelle gravidanze successive i travagli sono più rapidi, la fase prodromica può durare quindi molto meno, può non esserci e le contrazioni possono essere da subito ravvicinate. Quindi in caso di seconda, terza gravidanza – quarta se ne vedono poche ormai – bisogna recarsi prima in ospedale.

    Altro momento critico per la donna, ma anche per il marito che non sa cosa fare a casa, è quando si rompono le acque; la famosa rottura del sacco spiazza moltissimo le gestanti, in linea di massima è un evento che dovrebbe avvenire durante il travaglio, ma può capitare – in circa l’8-10% dei casi – che il sacco si rompa a termine di gravidanza ma fuori travaglio; in questi casi solitamente se il liquido è chiaro incolore e inodore si può aspettare un’ora o due, il tempo di organizzarsi per recarsi nell’ospedale o nella struttura scelta per partorire. Solitamente una volta arrivato in ospedale il bimbo verrà monitorato, se sta bene e non ci sono contrazioni, si attende; in linea di massima entro le 24 ore il travaglio inizia.

     

    Però, è bene recarsi in ospedale perché andrà valutato invece se iniziare farmacologicamente il travaglio in alcuni casi specifici, se somministrare antibiotici in donne che hanno rischi di infezione, ecc. In linea di massima con la rottura del sacco entro un paio d’ore la donna si reca in ospedale. Altro evento per il quale spesso le donne a casa non sanno cosa fare è la famosa perdita del “tappo”. Il tappo mucoso in realtà non segna l’inizio del travaglio, può essere perso durante il travaglio, ma anche giorni e giorni prima semplicemente perché ci sono state delle contrazioni un po’ più forti, per cui di fronte alla perdita del tappo, che si presenta come un ammasso gelatinoso di muco e a volte con striature di sangue, la donna può semplicemente restare a casa, monitorare le contrazioni; se ci sono contrazioni, come abbiamo detto prima, nel momento in cui diventano regolari e dolorose si recherà in ospedale, se le contrazioni non ci sono non c’è bisogno di entrare in allarme, semplicemente è un segnale che inizia a prepararsi.

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    La congiuntivite nei bambini

    x il mio bimbo

    L’ipermetropia e la miopia nei bambini

    x il mio bimbo

    L’astigmatismo nei bambini

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    L’ambliopia nei bambini

    Quando un bambino ha un occhio che vede peggio dell’altro si parla di occhio pigro. Il termine oculistico è ambliopia.
    Questo difetto deve essere corretto il prima possibile, tra i 3 e i 5 anni per avere un recupero totale. La terapia consiste nel bendare l’occhio più debole, più pigro, per forzarlo a lavorare. Il cervello se riceve due immagini di qualità diversa che non riesce a fondere normalmente tende ad eliminare l’immagine peggiore e così l’occhio debole tenderebbe ad essere stimolato meno. Bendando il migliore per un periodo l’occhio pigro riuscirà a recuperare la differenza.
    La spiegazione dettagliata nel video del dott.Raffaele Santoro

     

     

    x il mio bimbo

    I controlli oculistici peri bambini

    gravidanza

    Alimentazione in gravidanza

    Una corretta alimentazione in gravidanza è fondamentale perché la gravidanza è uno di quei pochi momenti in cui la vita del bambino dipende totalmente dalla mamma, per cui quello che la madre ingerisce sarà fondamentale per il corretto sviluppo e accrescimento del feto.
    Vediamo quali alimenti scegliere e soprattutto cosa evitare di mangiare in gravidanza.
    Prima di tutto diciamo che il fabbisogno calorico di una donna in gravidanza non aumenta di molto. L’aumento è 200-300 chilocalorie in più al giorno e cambia leggermente durante i trimestri. La prima cosa da fare in questi mesi è aumentare la la quantità di proteine di circa 10 gr di in più rispetto ad una donna non incinta.
    Le proteine forniscono le materie prime con le quali il feto sviluppa il proprio organismo.
    E’ importante per tutte le donne in gravidanza mangiare pesce perché ricco di proteine nobili e dei famosi acidi grassi omega 3 e omega 6 che sono fondamentali per lo sviluppo neurologico del feto, e sono importantissimi anche per la retina. Solo il 3-6% delle donne si alimenta correttamente garantendo il giusto apporto di omega 6 e omega 3, e per questo motivo si sono studiati degli integratori che vanno somministrati soprattutto nel secondo e terzo trimestre per sopperire a questo tipo di mancanza.
    In gravidanza è importante per la donna mangiare poco e spesso: si raccomanda di fare 5-6 pasti al giorno per evitare che ci siano dei picchi di iperglicemia o di ipoglicemia che possono danneggiare la madre ma anche il bambino.
    Occorre fare attenzione al tipo di carboidrati introdotti: andrebbero preferiti i carboidrati complessi, i prodotti integrali, legumi e farine poco raffinate, perché hanno una digestione più lenta e aiutano a raggiungere un profilo glicemico ideale in gravidanza. Gli zuccheri semplici sono da evitare: dolci, miele e le marmellate hanno un picco glicemico immediato che fa male alla donna in gravidanza e al bambino anche perché portano portano ad una ipoglicemia come reazione per cui la donna ha fame ancora più velocemente. La donna come dicevamo dovrebbe fare 5-6 pasti al giorno e dare importanza anche agli spuntini e alla merenda.
    Curare l’alimentazione è la cosa più importante che ogni mamma può fare per ridurre il rischio di patologie legate alla gravidanza, come il diabete ma anche la gestosi e l’eclampsia.
    Altro suggerimento per ridurre i rischi di problematiche oltre quelli di preferire carboidrati complessi e possibile eliminare i dolci è ridurre il sale e gli alimenti salati nella propria dieta.
    Bisogna cercare di bere tanta acqua per idratare molto il proprio corpo! In gravidanza è stimato che sarebbe bene introdurre almeno un litro e mezzo di acqua al giorno preferibilmente lontano dai pasti, questo perché l’organismo di una donna in gravidanza quello del feto richiedono quantità importanti di liquido. L’acqua preferibilmente dovrebbe essere liscia povera di sodio e ricche di calcio.
    L’importanza dell’idratazione è fondamentale, perché una mancata idratazione può portare anche a problemi come la stitichezza. Il bisogno della sete spesso è tardivo rispetto alla reale necessità per cui bisogna prenderla quasi come una medicina, una bottiglia da un litro e mezzo va finita durante l’arco della giornata, oltre a frullati, succhi di frutta e quello che la doUna corretta alimentazione in gravidanza è fondamentale perché la gravidanza è uno di quei pochi momenti in cui la vita del bambino dipende totalmente dalla mamma, per cui quello che la madre ingerisce sarà fondamentale per il corretto sviluppo e accrescimento del feto.
    Vediamo quali alimenti scegliere e soprattutto cosa evitare di mangiare in gravidanza.
    Prima di tutto diciamo che il fabbisogno calorico di una donna in gravidanza non aumenta di molto. L’aumento è 200-300 chilocalorie in più al giorno e cambia leggermente durante i trimestri. La prima cosa da fare in questi mesi è aumentare la la quantità di proteine di circa 10 gr di in più rispetto ad una donna non incinta.
    Le proteine forniscono le materie prime con le quali il feto sviluppa il proprio organismo.
    E’ importante per tutte le donne in gravidanza mangiare pesce perché ricco di proteine nobili e dei famosi acidi grassi omega 3 e omega 6 che sono fondamentali per lo sviluppo neurologico del feto, e sono importantissimi anche per la retina. Solo il 3-6% delle donne si alimenta correttamente garantendo il giusto apporto di omega 6 e omega 3, e per questo motivo si sono studiati degli integratori che vanno somministrati soprattutto nel secondo e terzo trimestre per sopperire a questo tipo di mancanza.
    In gravidanza è importante per la donna mangiare poco e spesso: si raccomanda di fare 5-6 pasti al giorno per evitare che ci siano dei picchi di iperglicemia o di ipoglicemia che possono danneggiare la madre ma anche il bambino.
    Occorre fare attenzione al tipo di carboidrati introdotti: andrebbero preferiti i carboidrati complessi, i prodotti integrali, legumi e farine poco raffinate, perché hanno una digestione più lenta e aiutano a raggiungere un profilo glicemico ideale in gravidanza. Gli zuccheri semplici sono da evitare: dolci, miele e le marmellate hanno un picco glicemico immediato che fa male alla donna in gravidanza e al bambino anche perché portano portano ad una ipoglicemia come reazione per cui la donna ha fame ancora più velocemente. La donna come dicevamo dovrebbe fare 5-6 pasti al giorno e dare importanza anche agli spuntini e alla merenda.
    Curare l’alimentazione è la cosa più importante che ogni mamma può fare per ridurre il rischio di patologie legate alla gravidanza, come il diabete ma anche la gestosi e l’eclampsia.
    Altro suggerimento per ridurre i rischi di problematiche oltre quelli di preferire carboidrati complessi e possibile eliminare i dolci è ridurre il sale e gli alimenti salati nella propria dieta.
    Bisogna cercare di bere tanta acqua per idratare molto il proprio corpo! In gravidanza è stimato che sarebbe bene introdurre almeno un litro e mezzo di acqua al giorno preferibilmente lontano dai pasti, questo perché l’organismo di una donna in gravidanza quello del feto richiedono quantità importanti di liquido. L’acqua preferibilmente dovrebbe essere liscia povera di sodio e ricche di calcio.
    L’importanza dell’idratazione è fondamentale, perché una mancata idratazione può portare anche a problemi come la stitichezza. Il bisogno della sete spesso è tardivo rispetto alla reale necessità per cui bisogna prenderla quasi come una medicina, una bottiglia da un litro e mezzo va finita durante l’arco della giornata, oltre a frullati, succhi di frutta e quello che la donna voglia introdurre di liquido.
    Una corretta alimentazione in gravidanza è fondamentale perché la gravidanza è uno di quei pochi momenti in cui la vita del bambino dipende totalmente dalla mamma, per cui quello che la madre ingerisce sarà fondamentale per il corretto sviluppo e accrescimento del feto.
    Vediamo quali alimenti scegliere e soprattutto cosa evitare di mangiare in gravidanza.
    Prima di tutto diciamo che il fabbisogno calorico di una donna in gravidanza non aumenta di molto. L’aumento è 200-300 chilocalorie in più al giorno e cambia leggermente durante i trimestri. La prima cosa da fare in questi mesi è aumentare la la quantità di proteine di circa 10 gr di in più rispetto ad una donna non incinta.
    Le proteine forniscono le materie prime con le quali il feto sviluppa il proprio organismo.
    E’ importante per tutte le donne in gravidanza mangiare pesce perché ricco di proteine nobili e dei famosi acidi grassi omega 3 e omega 6 che sono fondamentali per lo sviluppo neurologico del feto, e sono importantissimi anche per la retina. Solo il 3-6% delle donne si alimenta correttamente garantendo il giusto apporto di omega 6 e omega 3, e per questo motivo si sono studiati degli integratori che vanno somministrati soprattutto nel secondo e terzo trimestre per sopperire a questo tipo di mancanza.
    In gravidanza è importante per la donna mangiare poco e spesso: si raccomanda di fare 5-6 pasti al giorno per evitare che ci siano dei picchi di iperglicemia o di ipoglicemia che possono danneggiare la madre ma anche il bambino.
    Occorre fare attenzione al tipo di carboidrati introdotti: andrebbero preferiti i carboidrati complessi, i prodotti integrali, legumi e farine poco raffinate, perché hanno una digestione più lenta e aiutano a raggiungere un profilo glicemico ideale in gravidanza. Gli zuccheri semplici sono da evitare: dolci, miele e le marmellate hanno un picco glicemico immediato che fa male alla donna in gravidanza e al bambino anche perché portano portano ad una ipoglicemia come reazione per cui la donna ha fame ancora più velocemente. La donna come dicevamo dovrebbe fare 5-6 pasti al giorno e dare importanza anche agli spuntini e alla merenda.
    Curare l’alimentazione è la cosa più importante che ogni mamma può fare per ridurre il rischio di patologie legate alla gravidanza, come il diabete ma anche la gestosi e l’eclampsia.
    Altro suggerimento per ridurre i rischi di problematiche oltre quelli di preferire carboidrati complessi e possibile eliminare i dolci è ridurre il sale e gli alimenti salati nella propria dieta.
    Bisogna cercare di bere tanta acqua per idratare molto il proprio corpo! In gravidanza è stimato che sarebbe bene introdurre almeno un litro e mezzo di acqua al giorno preferibilmente lontano dai pasti, questo perché l’organismo di una donna in gravidanza quello del feto richiedono quantità importanti di liquido. L’acqua preferibilmente dovrebbe essere liscia povera di sodio e ricche di calcio.
    L’importanza dell’idratazione è fondamentale, perché una mancata idratazione può portare anche a problemi come la stitichezza. Il bisogno della sete spesso è tardivo rispetto alla reale necessità per cui bisogna prenderla quasi come una medicina, una bottiglia da un litro e mezzo va finita durante l’arco della giornata, oltre a frullati, succhi di frutta e quello che la donna voglia introdurre di liquido.

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    Varicella

    Dott. Francesco Santoro

    La varicella è una malattia esantematica dovuta ad un herpes virus, colpisce in genere principalmente tra i cinque e i dieci anni di vita ma in realtà può colpire anche prima e anche l’adulto. L’uso della vaccinazione contro la varicella ha fatto diminuire di molto la diffusione di questa infezione.

    Come si manifesta la varicella?
    È una malattia benigna e le complicanze sono abbastanza rare; si manifesta con febbre più o meno alta e, a volte, anche senza temperatura febbrile, con l’eruzione di bolle particolarmente facili da individuare: il tutto ha inizio con l’eruzione di bollicine rosse, specialmente nel capo e tra i capelli che, con il passare dei giorni, si trasformano in piccole vesciche piene d’ acqua; dopo un giorno o due il liquido diventa torbido e le vesciche si rompono formando una crosta.

    La caratteristica di questa malattia è che l’eruzione è a poussée o a cielo stellato nel senso che sul corpo del bambino in una zona si vede la vescica piena d’acqua, in un’altra quella torbida e in un’altra ancora la crosta, non va avanti in maniera sincrona ma in maniera irregolare. Queste bolle in genere sono pruriginose e normalmente è buon uso non toccarle. L’infezione compare nei cinque giorni precedenti l’eruzione della malattia e può proseguire con la rottura delle bolle in quanto il virus si diffonde nelle zone di cute circostanti. Quindi meno si toccano le bolle durante la fase di eruzione cutanea, meglio è.
    Evitare di lavare il bambino e poiché il sintomo più fastidioso è il prurito, somministrare un farmaco antistaminico per rendere il prurito meno urente.

    Ultimamente si è visto che i raggi ultravioletti, quindi il sole, nelle fasi iniziali dell’eruzione ha un effetto benefico sulla diffusione dell’infezione stessa; questo un po’ contrasta con l’antico detto di non esporre i bambini al sole durante la varicella; in ogni modo, quando il bambino è in fase di tutte croste si consiglia di non esporlo alla luce solare.

    Quando può tornare a scuola il bambino?
    Un bambino non è più infettante e può quindi rientrare a scuola quando tutte le bolle sono diventate croste; quando la fase della crosta è diffusa in tutto il corpo l’infezione è finita per il bambino e non è più infettante per chi gli è intorno.

     

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    Cosa fare quando il piccolo ha la febbre?

    Dott. Francesco Santoro
    La febbre è un sintomo e non una malattia, sintomo che compare in genere nelle infezioni di qualunque tipo. Per definizione internazionale per febbre si intende una temperatura rettale superiore ai 38,5°C o cutanea sopra i 38°C; sotto questi valori è inutile, forse anche pericoloso, tentare di abbassare la febbre.

    Cosa fare in caso di febbre alta?
    Un bambino con la febbre alta o molto alta non deve essere coperto, perché altrimenti la febbre tende ad aumentare. Il sistema più veloce, più pratico e meno pericoloso durante una febbre molto alta è scoprire il più possibile il bambino, anzi mettendolo nudo il suo corpo tende a cedere temperatura all’ambiente esterno e lentamente la febbre comincia ad abbassarsi.

    Ovviamente, sopra i valori indicati precedentemente, bisogna usare un farmaco antipiretico; tutti gli altri tentativi di abbassare la febbre tipo docce fredde o spugnature con l’alcol non sempre ottengono un buon risultato e a volte possono essere anche pericolose, per cui in caso di febbre alta la prima cosa da fare è spogliare il bambino. Se nonostante ciò la febbre tende ad essere alta, è buona cura cominciare una terapia con un farmaco antipiretico; ovviamente perché poi la febbre venga debellata bisognerà curare la malattia che l’ha prodotta.

    Normalmente le forme virali si manifestano con febbre alta per due o tre giorni. Prima di iniziare qualsiasi terapia, e dopo aver sentito il proprio pediatra di fiducia, si consiglia per i primi tre giorni di non somministrare antibiotici; vedere l’andamento della febbre, e valutando i segni clinici, decidere se cominciare l’antibioticoterapia, dopo il consulto con il pediatra.

    La febbre molto alta può provocare la meningite?
    La febbre molto alta è un sintomo di una malattia infettiva e non deve essere motivo di particolare preoccupazione per i genitori. Non è assolutamente vero che la febbre molto alta provochi meningite; è vero il contrario, cioè è la meningite che si presenta con febbre alta, come quasi tutte le altre infezioni sia batteriche che virali.

    La cosa importante è imparare a gestire la febbre e cercare di capire nel minor tempo possibile, con l’aiuto del pediatra, il tipo di infezione, tenendo conto che le infezioni virali che si manifestano con febbre molto alta non necessitano di terapia antibiotica mentre quelle batteriche, una volta diagnosticate, devono essere coperte da terapia antibiotica specifica.

     

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    La tiroide nel post partum

    Dott.ssa Claudia Brufani

    La tiroide è fondamentale in gravidanza, può dar segno di sé con le patologie, ma della tiroide non ci dobbiamo dimenticare neanche dopo la gravidanza, nel post partum. E’ importante che la tiroide funzioni alla perfezione perché l’allattamento venga portato avanti dalla donna. Dobbiamo ricordare che esistono delle patologie che hanno un picco di incidenza nella fase di post partum, sono appunto le tiroiditi post partum che si verificano a distanza di qualche mese. La gravidanza mette infatti a tacere tutti i fenomeni autoimmuni ma una volta avvenuto il parto, questi si possono ripresentare in una donna che ne sia predisposta; bisogna tenere a mente che una donna che abbia dei sintomi intorno al terzo, quarto o sesto mese post partum può avere un problema a carico della tiroide.

    La tiroidite post partum si può manifestare da un punto di vista ormonale in maniera differente. Può esordire con un ipertiroidismo che può causare insonnia, irritabilità, dimagrimento, tutti sintomi che possono essere confusi con quelle che sono le caratteristiche di una donna in fase di allattamento che tenderà a dormire poco, ad essere magari più irritabile o a dimagrire; è importante, invece, individuare che si tratti di una patologia, di un problema di tipo endocrinologico per poterlo inquadrare e gestire.

    La tiroidite post partum con ipertiroidismo può poi evolvere verso l’ipotiroidismo permanente o transitorio; anche in questo caso spesso l’ipotiroidismo che causa stanchezza, malumore, stato depressivo, viene scambiato con una depressione post partum; invece deve essere identificato il quadro di ipotiroidismo perché con un trattamento abbastanza semplice e gestibile si può far tornare la donna a star bene e a farle riprendere una vita normale.

     

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    Le convulsioni febbrili

    Dott. Francesco Santoro

    Le convulsioni febbrili sono convulsioni legate alla febbre alta e compaiono quando il picco di febbre è in salita o in diminuzione rapida. In genere compaiono tra il sesto mese e i cinque anni di vita e hanno una caratteristica di familiarità, nel senso che un bambino che ha una convulsione febbrile molto probabilmente ha in famiglia qualche parente che già le ha avute.

    Potrebbero esserci conseguenze per il bambino?
    Le convulsioni febbrili sono convulsioni benigne che non creano nessun problema futuro al bambino anche se è vero che viverle è un momento drammatico per i genitori. Si manifestano con scosse tonico-cloniche dei muscoli, emissione di bava, occhi tirati in alto, a volte anche con perdita di coscienza, durano pochi minuti ma sono minuti terribili per i genitori. Se le convulsioni febbrili hanno una familiarità, e in genere ce l’hanno, e compaiono prima del primo anno di vita, è più facile che tendano a ripetersi. Se un bambino affetto da convulsioni febbrili ha episodi febbrili senza ripetizioni di convulsioni, difficilmente ne avrà ancora in futuro. Verso il quinto-sesto anno di vita queste convulsioni scompariranno e non si ripeteranno più.

    Cosa si può fare?
    Durante la convulsione i genitori possono far poco, l’unica terapia efficace è la somministrazione di benzodiazepine per via rettale che bloccano in tempo reale l’evento convulsivo. Ovviamente, dopo l’evento convulsivo, sarà opportuno fare un controllo pediatrico, anche se non c’è bisogno di fare indagini particolarmente sofisticate tipo l’elettroencefalogramma alla prima convulsione febbrile. Stando in contatto con il pediatra e facendo una buona anamnesi, se si scopre che in famiglia c’è qualcun altro che le ha avute, questo rende molto più tranquilla la situazione futura per questi bambini.

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    Fino a che età è opportuno allattare al seno?

    Dott. Francesco Santoro

    La durata dell’allattamento al seno non è decisa da nessuno, in realtà una mamma allatta finché vuole allattare e allatterà finché avrà latte.
    Una mamma che allatta al seno deve utilizzare il sistema dell’allattamento esclusivo: cioè esclusivamente latte materno per i primi sei mesi di vita. Al sesto mese di vita inizierà ad introdurre nella dieta il cosiddetto pasto salato: una volta al giorno, lasciando gli altri pasti con il latte materno.

     

    Non c’è un limite oltre il quale è inutile allattare, finché una mamma produce latte e il bambino cresce bene e sta bene, conviene allattare al seno; questo garantisce non soltanto la salute immediata al bambino ma anche quella futura, non dimenticando poi che più lungo è l’allattamento al seno, maggiore è la profilassi che la mamma si fa contro il tumore alla mammella, all’utero e all’ovaio. Per cui la mamma allatterà finché vorrà allattare, finché avrà latte e finché il bambino vorrà attaccarsi al seno.

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    Pancia in forma dopo gravidanza. Cosa si può fare?

    cosa si può fare per far tornare la pancia in forma dopo la gravidanza? qualcosa si può fare anche prima per prevenire inestetismi? Terapie o chirurgia plastica. Risponde il dott.Marco Moraci